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Nelle scorse settimane abbiamo assistito a un calvario, pressoché giornalmente e, per fortuna, almeno stando alle prime pagine dei quotidiani nazionali, da qualche giorno la conta sembra essersi interrotta.

Non starò qui a far leva sulla retorica dei sentimenti, elencando nomi, cognome, età, e offrendo particolari o storie che spezzano il cuore. Il cuore è già spezzato. Ci sono vite interrotte e famiglie segnate a vita dal dolore che meritano riservatezza e pudore. Non c’è da scavare negli aneddoti che fanno share, nemmeno la cronaca dovrebbe farlo, figurarsi noi. Questo è un blog di un’azienda che da oltre trent’anni si occupa di formare datori di lavoro e dipendenti in materia di salute e sicurezza sui luoghi di lavoro.

L’escalation dell’ultimo periodo deve farci fermare a riflettere, deve imporre una riflessione a tutti gli addetti del settore. Dopo il doveroso raccoglimento, il rispetto, bisogna andare oltre, necessariamente, alle parole di circostanza, ai facili proclami.

Qua è un casino. Qua è un fatto di civiltà. Il rischio zero non esiste, pretenderlo o giudicare la bontà di un sistema dall’ottenimento o meno di questo risultato è irrealistico, e quindi, in quanto tale, sciocco.

Ma si deve mirare alle stelle per raggiungere la luna.

Nella consapevolezza che un’eliminazione totale delle morti bianche non può essere raggiunta, i comportamenti e le azioni di tutti, controllori e controllanti, formatori e formanti, devono tendere a quell’obiettivo. Solo così potremmo ridurre notevolmente l’impatto devastante delle morti sul lavoro. Qualcuno, facile alla critica, forse coglierà del cinismo in alcune delle parole precedenti, ma mi hanno insegnato che la realtà si migliora se la si guarda in faccia, magari anche oltre i limiti, ma senza giudicare tutto alla luce del fine utopico, che tanto mai si raggiungerà. E il possibile non potrà mai essere morti zero (o infortuni zero). Il possibile è orientare consapevolezze, pensieri e azioni, ogni giorno, verso quel traguardo, sapendo che non sarà mai raggiungibile, ma sapendo che ogni accortezza, anche la pur minima, contribuirà quotidianamente a salvare una vita in più. E come ogni vita in meno ci provoca dolore, ogni vita in più deve convincerci a proseguire sulla retta via. E’ una retta via, come molte strade “giuste”, difficile, poco a buon mercato, faticosa.

Nel vortice frenetico del mercato del lavoro, un’ora persa sembra, o forse lo è, un costo troppo alto per un’azienda. Ma la formazione, il rispetto delle norme di sicurezza non sono ore perse.

E’ questo il punto: ogni rivoluzione, se aspira ad essere tale, prima di tutto deve essere culturale, deve avvenire nelle testa. Bisogna che i datori di lavoro e i dipendenti si rendano conto che, in ogni momento, può toccare a loro, che non si tratta di fatti che riguardano sempre altri, che quando accade molte aziende non riescono a riprendersi come prima. E che quindi un’ora è niente rispetto a questo. Sì, lo so: ci sono aziende dove, più di altre, c’è meno sensibilità, dove i rischi sono maggiori, e anche uno o più eventi mortali sembrano non aver insegnato nel lungo periodo. Si ripetono le stesse cattive prassi, non si corregge la superficialità di alcune azioni, non si investe nella consapevolezza dei rischi, non si investe in formazione, non si richiama il personale che “sgarra”. Qui deve intervenire lo Stato, con un atteggiamento che la prima volta può e deve essere conciliante, ma che poi, dalle occasioni successive, ovviamente in considerazione della gravità o meno delle azioni scorrette poste in essere o dei comportamenti che restano inosservati, deve essere presente, costantemente, vigile e rapido ad agire. A cadere da un tetto senza imbracatura basta un secondo, un piede messo male, a rovinare al suolo pochi secondi, non c’è quindi un tempo infinito per intervenire, correggere e sanzionare. Non si può andare al ritmo che ci piace. Bisogna andare, spesso, quasi sempre, al ritmo che ci richiedono le soluzioni ai problemi. Se mancano le risorse vanno assunte. Se devono essere aggiornate le competenze di chi controlla, deve essere effettuato un upgrade. Se devono essere sveltiti i ritmi di lavoro dei controllori, lo Stato deve pretenderlo. Le aziende virtuose devono essere premiate: ma non con gesti o incentivi di modesta entità, autoreferenziali, che servono solo a pulire la coscienza del legislatore. Le imprese che hanno cura della salute e sicurezza dei propri lavoratori devono essere estremamente premiate. E serve un controllo capillare, in grado di andare contro all’italico sistema “del forte coi deboli” e del “debole coi forti”. Serve impostare un lavoro estremamente puntuale sul territorio, dove i controlli davvero siano effettuati partendo dal tipo di rischio di quell’azienda. E’ assurdo, in un contesto come quello ricordato in premessa, reprimere violazioni insignificanti della legge (come la multa per una visita medica in ritardo di due giorni per un apprendista che lavora in un ufficio davanti al pc) e poi lasciar correre comportamenti clamorosamente pericolosi.

Senza questo tipo di lavoro, qualsiasi indignazione del momento è solo di circostanza.

Ogni operazione di successo, in qualunque campo della vita, privata e professionale, credo fermamente che sia orientata da un elemento: la costanza. Non ci sono soluzioni già pronte all’uso, a buon mercato, che richiedono poco tempo e poco sforzo. La differenza, quella differenza che porta a raggiungere l’eccellenza la fa, sempre, la forza di essere costanti, presenti, ogni giorno, sui dettagli. Lo Stato, per primo, deve avere questo approccio e solo così si può sperare che le imprese lo facciano proprio. Senza una costanza fatta di consapevolezze, cultura, formazione, attenzione, cura dei particolari, sistema forte di incentivi per i virtuosi, sanzioni importanti e certe per chi viola, sanzioni ancora più rafforzate per i recidivi, questo problema non sarà mai risolto. Si potrà ogni tanto, per fortuna, interrompere la conta, ma essa è destinata a riprendere. E ribadendo che è una conta che non si potrà mai fermare, abbiamo l’obbligo morale e le possibilità concrete di rallentarla e di molto.

È un fatto di civiltà. Ogni vita in meno sarà sempre dolore, ma ogni vita in più dovrà essere sempre apprezzata. Solo così si può intraprendere un cammino virtuoso per la maggioranza delle imprese e della vita delle donne e degli uomini che lavorano.

                                                                                                                                                                                   Andrea.

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